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giovedì 19 ottobre 2017

COSA SI GIOCANO VENETO E ITALIA CON IL REFERENDUM DEL 22 OTTOBRE - Un articolo di LimesOnLine nazionale in esclusiva per i nostri lettori

Riproduciamo per i nostri lettori non anciora abbonati a Limes l' articolo appena uscito su LimesOnLine (clicca QUI).

Gli effetti della consultazione sull’autonomia, al pari di quella gemella in Lombardia, assai difficilmente resteranno nei confini delle due regioni del Nord. Dall’esito delle urne e dell’affluenza potrebbe innescarsi una reazione a catena che rimette in discussione l’assetto istituzionale del paese.
di Giovanni Collot


Domenica 22 ottobre gli elettori del Veneto, insieme a quelli della vicina Lombardia, saranno chiamati alle urne per pronunciarsi su una maggiore autonomia per la propria regione.

La consultazione, derubricata fin dall’inizio come ennesima boutade secessionistadi un territorio non nuovo a certi balzi in avanti poco ortodossi, ha assunto una nuova più preoccupante sfumatura dopo gli eventi controversi del referendum in Catalogna, lo scorso 1° ottobre. E che ha fatto paventare a molti un rischio di effetto domino.

In realtà, ben poco accomuna il Veneto (e pure la Lombardia) alla Catalogna. Soprattutto dal punto di vista formale. Lungi dall’essere un viatico per una restaurazione della Repubblica Serenissima o una secessione della Lombardia, i due referendum sono consultivi, non vincolanti e più circoscritti. Richiedono una maggiore decentralizzazione di competenze dallo Stato verso Venezia e Milano.

Il quesito sui cui dovranno pronunciarsi gli elettori veneti è piuttosto generico: “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”.

Così posta, la questione lascia indubbiamente adito ad ambiguità: cosa vuole vuole ottenere, in pratica, il Veneto? In altre parole, quali sono queste “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?“. Per capirlo, bisogna allargare lo sguardo e guardare in un luogo inaspettato, visto il tema del contendere: la Costituzione italiana. In particolare, gli articoli 116 e 117, riformati insieme al resto del titolo V nel 2001, prevedono la possibilità di cedere alle regioni che ne facciano richiesta, con legge dello Stato, una lista di materie di legislazione concorrente, ovvero normalmente gestite insieme dai due livelli territoriali e persino alcune di appannaggio esclusivo dello Stato. Tra di esse, l’istruzione, la tutela della ricerca, la valorizzazione dei beni culturali o il commercio con l’estero, secondo il principio del “regionalismo differenziato”.

Nella norma, una regione potrebbe fare richiesta di maggiori competenze direttamente a Roma, senza passare per una consultazione popolare – è quanto sta facendo l’Emilia-Romagna. Invece, nelle intenzioni di Luca Zaia, il governatore leghista del Veneto nonché principale promotore del referendum, il voto dovrebbe servire a dare un mandato popolare alla regione per negoziare con lo Stato la cessione di ulteriori competenze.

Se la mossa di Venezia ha senza dubbio una certa valenza politica – tanto che i detrattori chiamano la consultazione “il referendum di Zaia” – essa almeno in parte si appoggia a una questione istituzionale di un certo peso: di fatto, gli articoli succitati non hanno visto attuazione pratica fino a oggi. La procedura per l’autonomia differenziata fu già chiesta una prima volta dalla Lombardia nel 2007 e dal Veneto nel 2008, senza però che fosse mai portata a termine – ora è il turno, come accennato, dell’Emilia-Romagna, che ha avviato il processo a fine settembre. A ostacolare il conferimento dell’autonomia differenziata è anche la complessità del negoziato, che prevede l’approvazione tramite un voto del parlamento a maggioranza assoluta.

La speranza di Zaia è di far saltare il tavolo, rafforzando la propria richiesta di autonomia con un forte sostegno popolare. «È evidente che il potere contrattuale della Regione del Veneto si rafforzerà se il referendum farà registrare una fortissima partecipazione e una altrettanto robusta affermazione del “Sì”», spiega il libelloAutonomia: le 100 domande dei veneti a Luca Zaia, distribuito dalla presidenza della regione. «Se il governo dovesse limitare le richieste del Veneto o dovesse rifiutarsi di garantire risorse adeguate al loro finanziamento, farebbe un “autogol” politico».

Lo stesso percorso di avvicinamento al referendum è stato molto accidentato. La forma attuale è il risultato di una lunga triangolazione tra la regione Veneto, lo Stato e la Corte costituzionale. Nel giugno 2014, Venezia aveva presentato, con la legge regionale 15/2014, la proposta di una consultazione con cinque quesiti approfonditi, che andavano dal mantenimento del gettito fiscale sul territorio regionale all’acquisizione di un’autonomia pari a quella di una regione a statuto speciale. La legge, impugnata dal governo, venne limitata e riveduta dalla Corte costituzionale, che nel 2015 riconobbe come legittimo solo il primo dei cinque quesiti, stralciando gli altri come incostituzionali. Dopo una serie di ulteriori negoziati tentati dalla regione, il 24 aprile il Consiglio regionale del Veneto ha annunciato la convocazione del referendum con il quesito attuale, quello legittimato dalla Consulta, per la data del 22 ottobre. Una data simbolica, in quanto 151° anniversario dei plebisciti che nel 1866 sancirono l’unione del Veneto al Regno d’Italia.


È proprio questa scelta simbolica che apre a un discorso più complesso sul referendum veneto: per quanto l’argomento su cui si basa – la redistribuzione di competenze da centro a periferia – sia piuttosto prosaico, esso si inserisce in un sostrato culturale rilevante. Il richiamo all’autonomia fa riferimento a un sentimento di alterità e a un desiderio di autogoverno caratteristici del Veneto profondo. Un riflesso inconscio che porta a galla varie sfumature dello stesso sentimento. Lo testimoniano punte più radicali e quasi situazioniste.

Come quando, sempre nel 2014, mentre nelle sale istituzionali si chiedeva l’autonomia, in rete si teneva un tanto discusso, quanto illegittimo e ben presto sbugiardato, referendum per l’indipendenza del Veneto, su una piattaforma dall’evocativo nome di plebiscito.eu. Oppure come i confini fra le piattaforme politiche nazionali, che si scolorano nell’acqua dei canali: basti pensare agli esponenti del Movimento 5 Stelle a sostenere il referendum insieme alla maggioranza di centrodestra e alle molte voci all’interno del Partito democratico e della sinistra a pronunciarsi in favore dell’autonomia, per non lasciare l’iniziativa sull’autogoverno alla Lega di Zaia.

Questo brodo di coltura permette di inserire in un contesto più ampio il tema dell’effetto del referendum. Anche in caso di vittoria del “Sì”, la procedura per l’autonomia potrebbe non essere diretta. L’ambiguità del quesito non aiuta a definire i confini all’interno dei quali si muoverà l’azione della regione. Lo stesso Zaia ha ripetuto più volte che l’obiettivo del negoziato sarà «ottenere tutto quello che possiamo avere», puntando al maggior numero di competenze possibile. Con una particolare attenzione per i feticci degli autonomisti: l’istruzione, la sanità e l’erogazione dei fondi alle imprese, all’interno del mantra battente del “tenere più schei a casa nostra”. Le questioni specifiche sono lasciate a discussioni successive al voto, in sedi istituzionali. È questa mancanza di dettagli, tra le altre cose, che ha sollevato numerose critiche all’iniziativa, vista come velleitaria e inutile. In particolare per il costo previsto di 14 milioni, totalmente a carico delle finanze regionali.

Anche la narrazione del maggior gettito fiscale mantenuto sul territorio deve passare alla prova dei fatti. La richiesta di maggiori competenze, secondo i proponenti, dovrebbe portare a un utilizzo più virtuoso del cospicuo residuo fiscale annuale registrato da Venezia, che la vede al terzo posto nazionale, dopo Lombardia ed Emilia-Romagna, nella classifica del bilancio dare-avere delle regioni. Tuttavia, le istituzioni venete non sono state ancora in grado di mostrare chiaramente se e quanto la maggiore autonomia porterà a risparmiare o anche solo a ridurre gli sprechi.


Carta di Laura Canali – 2015

Al netto dell’incertezza sui risultati pratici, il referendum veneto rischia comunque di innescare effetti indiretti, ma non per questo meno tettonici. Su tre livelli.

Il primo è quello interno al Veneto, in quanto una vittoria decisa rafforzerebbe ancora di più Zaia in regione, permettendogli di intestarsi il successivo negoziato con il governo.

Il secondo è interno alla Lega, che rivedrebbe il tema autonomista riemergere con prepotenza, e in modo istituzionale, nonostante la mutazione genetica nazionalista imposta dal segretario Matteo Salvini.

Il terzo e più interessante è quello nazionale.
Una eventuale vittoria roboante in due delle regioni del Nord più attive economicamente in questo momento storico riporterebbe con insistenza la questione federalista in cima all’agenda politica. Un capovolgimento di fronte rispetto all’altro referendum, quello costituzionale (fallito) del 4 dicembre 2016, che invece puntava a un maggiore centralismo.

Eppure, dopo un lungo periodo di incubazione, i tempi potrebbero essere maturi per rimettere in discussione dei rapporti centro-periferia.
Nell’attuale situazione di incertezza politica interna, nulla esclude che anche l’Italia possa essere immune alle sirene che provengono da altri paesi d’Europa che affrontano dispute locali, come appunto la Spagna o il Regno Unito.
In questo senso, l’effetto del referendum veneto potrebbe andare oltre le intenzioni dei promotori: innestandosi nell’attuale periodo storico, potrebbe dare la stura a una nuova discussione sul futuro assetto istituzionale del paese.

Che un tale effetto “moltiplicatore” sia possibile, si vede anche analizzando le forze sprigionate sul terreno. I lunghi mesi di avvicinamento al referendum, innestatisi sul milieu culturale discusso poco sopra, hanno visto la rinascita di uno spazio politico identitario, che era rimasto per un certo periodo nascosto sotto la cenere. Lo testimoniano nuove pagine Facebook o movimenti politici emersi a tutti i livelli che hanno popolarizzato il discorso attorno alla questione dell’eccezionalismo veneto.

È troppo presto per dire a cosa porterà questo percorso e in quali altre forme si manifesterà, dopo il 22 ottobre. Eppure, rimane la possibilità concreta che il referendum veneto si riveli più un punto di partenza che un punto di arrivo per una ridiscussione profonda degli equilibri di potere italiani. Una parte consistente di tale discussione sarà basata su come il governo centrale reagirà alle nuove richieste di autonomia: se deciderà di aprire un negoziato più ampio, riconoscendone il valore politico, oppure ridurrà tutto a mere questioni di tecnicismi istituzionali.

Dal Veneto potrebbe passare il futuro d’Italia. Tutto dipenderà da come (e se) l’Italia stessa ha imparato l’esercizio di immaginare se stessa.

lunedì 16 ottobre 2017

LE ELEZIONI IN AUSTRIA: commento di Limes-OnLine


L' edizione on-line di Limes ha commentato i risultati delle elezioni austriache (clicca QUI) che probabilmente avranno ripercussioni su tutta l' area, Trieste compresa, e forse sulla gestione dei confini con l' Italia per la questione dei migranti.
Riproduciamo il commento per i nostri lettori:


Il Partito popolare austriaco è vicino a vincere le elezioni legislative con più del 31% dei voti. Al secondo posto il Partito della libertà con il 27% e al terzo i socialdemocratici con il 26%. Il leader dei conservatori e probabilissimo nuovo cancelliere Sebastian Kurz è l’ex ministro degli Esteri dell’uscente governo e ha fatto campagna su una linea piuttosto dura sull’immigrazione. I confini nord-orientali dell’Italia potrebbero essere interessati dalla coalizione che uscirà dalle consultazioni.
Commenta per Limes Paolo Quercia:
Il voto del 15 ottobre in Austria ha il pregio della chiarezza e non si presta a fraintendimenti: due partiti chiaramente vincitori, il Partito popolare della Ovp e il quello liberal-nazionale della Fpo, entrambi cresciuti del 7% circa.
Tracollo dei Verdi, che perdono quasi 600 mila voti (10%) e non riescono neanche a superare la soglia dello sbarramento del 4%. Sconfitta del partito di governo socialista (Spo), che tuttavia tiene inaspettatamente, perdendo solo 100 mila voti e conservando lo stesso numero di seggi del 2013.
Apparentemente insignificanti per gli scenari di formazione del governo gli altri due partiti riusciti a entrare in parlamento, i liberali di sinistra dei Neos e la lista dell’ex parlamentare anti-establishment dei Verdi Peter Pilz.
Scomparsa anche la destra moderata, schiacciata tra conservatori che si spingono a destra e nazionalisti che si spostano al centro.
Il semplificato quadro politico vede una gerarchia elettorale composta da popolari al primo posto, liberal-nazionali al secondo e socialisti al terzo – ma mancano ancora gli 800 mila voti per corrispondenza.
La grande coalizione tra socialisti e democristiani, che in molti danno per morta, non è affatto uno scenario improbabile. Ma questo dipende da cosa accadrà nel Partito socialista dopo il voto.
Lo scenario più verosimile è quello che vede il varo di un governo di minoranza monocolore popolare che governi con il supporto esterno socialista, ma all’occorrenza degli altri partiti, compreso l’Fpo. Sarebbe la via morbida per l’inclusione di quest’ultimo in un prossimo governo di coalizione, seguendo il metodo consociativo che già caratterizza, a livello locale, buona parte della politica austriaca.

Qualunque esecutivo nascerà a Vienna, la questione dello spostamento verso destra della politica austriaca è un dato di fatto evidente.
 Qualunque sia il governo che uscirà da queste urne, ci stiamo avvicinando a una fase in cui il potere di governo in Austria dovrà essere diviso per tre e non più per due.
Di questo anche la postura geopolitica del paese, e probabilmente della vicina Germania, finiranno per risentirne.

martedì 10 ottobre 2017

INDIPENDENZA SOSPESA IN CATALOGNA - Si rafforza l' ipotesi di una soluzione autonomista e federalista grazie a una mediazione internazionale -


Nel suo discorso delle 19 Puigdemont ha dichiarato: "Chiedo alla assemblea di votare una mozione per sospendere la Dichiarazione di indipendenza per dare tempo al dialogo”. Clicca QUI per il discorso.
Si rafforza l' ipotesi di una mediazione per una soluzione autonomista e federalista in luogo di una indipendenza unilaterale. In piazza delusione e proteste da parte di gruppi di indipendentisti radicali.

Da Limes on line:

Il presidente della Generalitat Carles Puigdemont ha dichiarato che la Catalogna ha diritto di essere una repubblica indipendente, ma ha chiesto la sospensione del processo di indipendenza. Nell’atteso discorso presso il Parlament della comunità autonoma, il leader politico non ha dichiarato unilateralmente la secessione da Madrid ma ha invocato una soluzione negoziata, possibilmente coinvolgendo l’Unione Europea.
Puigdemont ha assunto il mandato del popolo catalano – espresso nel contestato referendum del 1° ottobre in cui, a seguito degli incidenti, ha potuto votare il 42% degli aventi diritto – per invocare il diritto della comunità autonoma di diventare una repubblica indipendente.
Ma ha di fatto cercato di guadagnare tempo. In giornata si è parlato di un contatto di Barcellona con un possibile mediatore internazionale, notizia subito smentita da Madrid che continua a rifiutarsi di sedersi al tavolo con gli indipendentisti e dalla Francia di Macron, che ha nettamente rigettato di mediare la disputa.
Si conferma la difficile posizione di Puigdemont e della sua cerchia, indecisa su come trarsi d’impiccio dopo aver legato le proprie fortune (non solo politiche) a una causa, quella dell’indipendenza, che il muro di Madrid e l’opposizione europea rendono difficilmente praticabile.

sabato 7 ottobre 2017

Altro che Kosovo: l’Europa sulla Catalogna non ha un piano B- Articolo di Limes On Line in esclusiva

Carta di Laura Canali del 2015

Bruxelles è con Rajoy, ma la tutela dell’integrità territoriale e la paura dell’effetto domino la frenano. Difficile che l’Unione Europea sia protagonista nella crisi tra Barcellona e Madrid.

La questione catalana è insidiosa per l’Europa. Benché sia infatti all’apparenza gestibile, nasconde contraddizioni insormontabili. Si tratta di un similconflitto in cui l’Unione Europea è presa alla sprovvista e del quale molti Stati membri temono un effetto domino. Non c’è un piano B. E non è la prima volta.

L’Ue può fare ben poco con gli strumenti di cui dispone. “Manca la volontà politica” dichiarano alcuni eurodeputati di sinistra e Verdi, sostenitori a oltranza delle cause dei diritti civili, chiedendo: “ma la Commissione cosa fa?”. La Commissione Europea risponde per bocca del suo numero due, il giurista olandese Frans Timmermans: “Sebbene siamo contro la violenza, a volte lo Stato di diritto deve essere preservato attraversato un uso proporzionato della forza”.

In buona sostanza è un appoggio all’azione dell’esecutivo di Rajoy e alla posizione della corona. Non è un caso che nella mattinata di giovedì anche Angela Merkel abbia espresso pieno sostegno alle autorità centrali spagnole.

I nazionalisti catalani sono dunque sempre più isolati. Non gli resta che l’appiglio del “dialogo” suggerito da Timmermans e accettato a denti stretti dal Partido popular (Pp), al governo a Madrid. Ma la frattura resta e rappresenta un problema grave per la sicurezza e la stabilità europee, nonostante le istituzioni che contano abbiano fatto quadrato a difesa del legittimismo dello Stato-nazione. Jean-Claude Juncker e Donald Tusk, presidenti rispettivamente della Commissione e del Consiglio Ue, hanno conversato con il premier Rajoy. Gli hanno rinnovato l’appoggio, scuotendo il capo per la domenica animata e più muscolare del previsto.

Linguaggio che i catalani non hanno apprezzato; si aspettavano infatti un messaggio di “preoccupazione per l’operato delle forze di polizia spagnole” nel giorno del referendum, definito “illegale” dalla Commissione Europea.

Tentennando di fronte all’eventualità di una dichiarazione d’indipendenza senza ritorno, il presidente della Generalitat catalana, Carles Puigdemont, affronta l’isolamento internazionale da parte dell’Occidente che conta, mentre sente il tintinnare di manette. Atto di forza che Madrid potrebbe fare per attentato alla costituzione, soprattutto dopo il discorso del re Felipe IV.

La Zarzuela (residenza del re di Spagna, ndr) non concede nessun dialogo e parla chiaramente di “slealtà, illegalità e azione ai margini del diritto” riferendosi al governo catalano, senza nemmeno citare l’operato delle forze dell’ordine spagnole negli scontri del primo ottobre. Conseguenza: le opinioni pubbliche europee cominciano ad avere una certa simpatia nei confronti della causa catalana.

Le istituzioni europee sono preoccupate perché le due parti non parlano e perché, mentre Barcellona chiede una mediazione internazionale, Madrid la respinge al mittente, rispondendo che la democrazia spagnola possiede tutti gli strumenti giuridici, istituzionali e politici per mediare da sè.

L’integrità territoriale della Spagna non è negoziabile. Per l’esecutivo del Partido popular i fatti di Barcellona e dintorni sono opera di un nazionalismo facinoroso da sanzionare codice penale alla mano. Il Pp, dove ancora pesa l’impronta di Aznar, sente la missione di conservare il patrimonio tradizionale e storico nazionale e monarchico come simbolo dell’unità. È un partito costituzionale liberal-conservatore. E per il liberalconservatorismo del paese iberico l’unità nazionale è sacra.

Un esempio su tutti: quando José-Maria Aznar era al governo, non esitò (senza preavviso) a mandare le truppe a riprendere possesso del Perejil, un isolotto spagnolo a una manciata di miglia dalle coste marocchine rivendicato dal regno nordafricano, per sloggiare una guarnigione inviata da Rabat.

Juncker, Tusk, Tajani e altri leader europei sanno dunque con chi hanno a che fare. Si conoscono tutti da un decennio o forse più.

La Spagna in questo senso è un osso duro, esattamente come lo sarebbe la Francia. Infatti il presidente Macron tace, dopo quanto è accaduto domenica scorsa; l’ultima volta che ha parlato è stata venerdì 29 settembre a Tallinn dicendo: “Rajoy ha tutta la mia fiducia”.

Ecco perché la crisi è grave. La volontà separatista dei catalani, al di là del rumore che possono fare i nazionalisti, è impossibile da quantificare. Sicuramente i consensi per la causa indipendentista sono saliti dopo le randellate e la mancanza di dialogo da parte di Madrid.

Questo a Bruxelles lo sanno. Ma nessuno ha la benché minima intenzione di chiedere a Rajoy di concedere un referendum costituzionale, come David Cameron con la Scozia. L’eurodeputato ecologista belga, Philippe Lamberts, fotografa efficacemente la situazione affermando che “la Commissione deve mediare, ha tutto lo spazio per farlo. Infatti le due parti non si parlano da tre anni”.

È vero, la società catalana e quella del resto del paese iberico sembrano non capirsi più. Diffidano gli uni degli altri, non solo i leader, ma le rispettive popolazioni. I catalani – paradossalmente, soprattutto i non nazionalisti – si sentono incompresi e addirittura insultati dal fatto che in altre regioni non capiscano come ci si possa sentire orgogliosi di essere catalani e spagnoli allo stesso tempo. Il discorso del monarca non ha fatto altro che aumentare la frustrazione proprio tra i non separatisti.

Il problema è la totale mancanza di volontà di ascoltare la controparte. Perché negoziare significa cedere qualcosa, e a Madrid sono convinti che non sia possibile. I toni sono estremi, anche se nei corridoi delle istituzioni europee nessuno ha il coraggio di fare paragoni con l’ex Jugoslavia; sarebbe effettivamente sproporzionato. Lo fa solo qualche commentatore che tira fuori il KosovoL’esempio dell’ex provincia serba di etnia albanese è riportato periodicamente da chi vuole ridisegnare i confini europei a Est (Crimea), a Ovest (Catalogna) e chissà dove domani. Proprio questo “chissà dove domani” spaventa Bruxelles.

Poi ci sono gli altri “inconvenienti”. Certamente i toni nelle vie delle città spagnole sono preoccupanti per chi in Europa pensa che una riconciliazione sia possibile. “A por ellos!!!” gridava la folla ammassata con le bandiere nazionali sul ciglio delle strade, nelle altre regioni di Spagna. Incitavano le colonne della Guardia Civil, dirette verso la Catalogna, a castigare i catalani. Insomma, una specie di spedizione punitiva contro una provincia ribelle. Azioni e atteggiamenti frutto di anni, addirittura secoli, di incomprensioni narcotizzate da un benessere improvviso, che altrettanto all’improvviso è evaporato lasciando macerie sociali, anche a causa dei ben noti “compiti a casa” imposti dalla Commissione Europea.

Le istituzioni europee questa volta si devono misurare con una richiesta di autodeterminazione nell’Eurozona. E questo accade in una democrazia giovane, fiore all’occhiello delle politiche di coesione, a modern democracy come tuona sarcastico Nigel Farage nell’emiciclo di Strasburgo.

Altro che Kosovo. Lì, la scelta di campo era facile: da una parte chi si voleva separare lo faceva nel nome dell’internazionalismo liberale – almeno stando alla vulgata del clintonismo – mentre dall’altra c’era il frusto nazionalcomunismo balcanico. Eppure nelle ferite di quella recisione sanguinaria si sono sviluppati i germi di altre crisi esplose nel corpo dell’Occidente, come per un debito karmico, una quindicina d’anni dopo. Chiunque oggi infatti voglia mettere in dubbio l’ordine internazionale costituito invoca il Kosovo come giurisprudenza. Lo ha fatto Putin per dare forza legale alla separazione della Crimea, lo fa oggi chi vorrebbe autorizzare la nascita di un nuovo Stato tra i Pirenei e il Mediterraneo, a spese dell’integrità territoriale spagnola.

A Madrid lo avevano previsto. Infatti la Spagna non solo non riconobbe l’indipendenza del Kosovo, ma ritirò pure le proprie truppe dalla Kfor non appena la comunità internazionale ufficializzò il ruolo di Priština come capitale di uno Stato a tutti gli effetti.

La Spagna è anche un membro della Nato. Un suo conflitto intestino, con una separazione tumultuosa di una parte consistente del paese, quella oltretutto più prospera, porterebbe a un conflitto in piena Europa occidentale. Come sarebbe una Spagna senza Catalogna? Certamente meno europea e più atlantica. La regione di Barcellona è una specie di trait d’union storico e culturale tra la penisola iberica e il resto del continente.

La Catalogna è sempre stata la più europea di tutte le regioni spagnole, anche e soprattutto ai tempi del franchismo. Non per niente l’Europa viene utilizzata e esibita da entrambe le parti. Tutti i catalani ne vanno orgogliosi, senza distinzione. Solo che alcuni – i nazionalisti – vogliono la separazione per lasciarsi alle spalle un fardello storico e finanziario, mentre i lealisti aspirano a continuare a godere di questo status di modernizzatori di un paese intero e plurale.

Anche sull’Europa Barcellona e Madrid sono in lotta, ma la contesa è su chi è più euro-entusiasta dei due. Il messaggio che arriva dalle tre istituzioni europee è di fermo sostegno a una democrazia con pesi e contrappesi moderni e funzionanti. Mentre dicono chiaramente ai nazionalisti catalani che in caso di separazione la nuova repubblica dovrà iniziare un processo di adesione come qualsiasi altro Stato che desideri far parte dell’Unione Europea.

Ci vorrebbero anni e la Spagna, forte dell’appoggio internazionale, metterebbe un veto permanente all’ingresso della Catalogna nell’Ue.

Al Consiglio c’è chi la prende sul ridere dicendo: “beh, la Catalogna potrà forse entrare nell’Unione qualche anno dopo Serbia e Kosovo”. La candidatura dei due paesi balcanici, candidati Ue, è bloccata perché la Serbia non vuole riconoscere il Kosovo. Con tempismo eccezionale il presidente serbo Alksander Vucic ha accusato l’Occidente di doppiopesismo nel considerare illegale il referendum catalano, al contrario di quanto fece con la secessione del Kosovo.

L’impressione generale è che una volta isolati i nazionalisti catalani, la crisi possa essere sedata nel breve periodo. Ma se prevarrà la calma, si tratterà comunque di un vulcano attivo assopito.

Ecco perché, più che immaginare sensali di alta diplomazia internazionale dai nomi altisonanti, come dice l’esperta di mediazione dei conflitti Antje Herrenberg, “sarebbe necessaria e unicamente percorribile una mediazione da parte delle società civili spagnola e catalana”. È infatti molto difficile che le parti ricorrano alle armi.

La Chiesa cattolica, l’episcopato e il Partito nazionalista basco si sono già fatti avanti.

mercoledì 4 ottobre 2017

CATALONIA: NELLE CRISI SERVONO ISTITUZIONI FLESSIBILI - Democrazia, integrazione economica e cooperazione internazionale hanno aumentato gli incentivi per autonomie e formazioni di Paesi più piccoli: lo sviluppo del commercio internazionale riduce l’importanza del mercato nazionale interno . Un articolo di Alesina sul Corriere -



Il noto economista Alberto Alesina ha affrontato la questione posta dall' indipendenza Catalana da un punto di vista economico con un articolo sul Corriere della Sera (clicca QUI).
Lo riportiamo evidenziando le riflessioni più originali: in particolare quelle che spiegano come lo sviluppo del commercio internazionale spinga verso entità territoriali di minor dimensione e maggior efficienza rispetto ai grandi stati centralizzati, contrariamente a quello che molti finora pensavano. 

CATALOGNA
Nelle crisi territoriali servono istituzioni flessibili

Ci dobbiamo aspettare crescenti domande per l’indipendenza da parte di popolazioni che non si sentono rappresentate dai propri governi centrali. La reazione non deve essere la difesa dello status quo a tutti i costi


Il referendum catalano sull’indipendenza, proclamato contro la volontà di Madrid per domani, ha portato la Spagna verso la sua più grave crisi politica e istituzionale dalla fine del franchismo, con toni che ricordano quasi l’epoca della Guerra civile. Il resto dell’Europa assiste con crescente preoccupazione a un conflitto in uno dei suoi maggiori Stati membri: la Spagna è quarta per popolazione nell’Unione Europea dopo l’uscita inglese e la Catalogna è una delle più ricche, dinamiche e integrate regioni d’Europa, con una popolazione e un’economia più grandi di Danimarca, Finlandia o Irlanda.

Al momento, le posizioni di Madrid e Barcellona non potrebbero essere più lontane. Il governo regionale sostiene che la Catalogna abbia il diritto a secedere unilateralmente dallo Stato spagnolo se una maggioranza dei suoi cittadini lo desidera. Dall’altro lato, il governo centrale spagnolo ritiene che la posizione catalana sia un «delirio politico e giuridico», come ha detto recentemente il primo ministro Rajoy. Il referendum indipendentista sarebbe in aperta violazione della Costituzione, secondo cui la Spagna è uno Stato indivisibile e la sovranità non appartiene alle diverse regioni, ma ai cittadini spagnoli nel loro complesso
Il problema generale di chi possa o non possa formare uno Stato sovrano richiede un approccio pragmatico, che pesi interessi e obiettivi contrastanti. Da un lato, non si può consentire qualunque secessione unilaterale — e se qualcuno dichiarasse che casa propria è uno Stato indipendente? Dall’altro lato, in un mondo democratico, è politicamente e moralmente problematico costringere milioni di persone a far parte di uno Stato centralizzato se non lo vogliono. C’è una tensione tra diversi obiettivi. Da una parte, sarebbe bene mantenere confini stabili ed evitare eccessiva frammentazione politica ed istituzionale. Dall’altra parte, i confini dei Paesi dovrebbero riflettere quanto più possibile il consenso e le preferenze dei propri cittadini, comprese minoranze linguistiche e culturali.

Storicamente, la realtà dei confini nazionali è stata quasi sempre ben lontana da ideali di autodeterminazione democratica. Nel passato monarchi e dittatori potevano ignorare le preferenze delle loro popolazioni e mantenere ampi Stati centralizzati e vasti imperi coloniali con l’uso della forza. I catalani si sono spesso lamentati, non senza qualche fondamento, che il governo di Madrid continui a comportarsi nei loro confronti con gli atteggiamenti centralistici e autoritari ereditati dalla storia della monarchia borbonica (che soppresse le libertà catalane nel 1714) e dalla dittatura franchista (che soppresse l’autonomia catalana di nuovo negli anni trenta). Se è vero che la Spagna ha una Costituzione democratica adottata con ampio consenso nel 1978, è anche vero che la struttura istituzionale spagnola continua ad essere sorprendentemente centralizzata per un Paese con così tanta diversità storica, economica e culturale. E mentre è stato relativamente facile, dopo la fine del franchismo, consentire alla Catalogna ampia autonomia nel campo culturale (per esempio, riguardo l’uso del catalano), poco si è fatto in termini di decentralizzazione fiscale e altre riforme istituzionali. La frustrazione di molti catalani per la mancanza di un serio processo concordato riguardo l’autonomia istituzionale è alla radice del malcontento attuale e del crescente sostegno per le posizioni indipendentistiche più estreme. I sondaggi dicono che fino al 2003 solo circa il 15% dei cittadini catalani erano a favore dell’indipendenza, mentre la stragrande maggioranza era a favore di maggiore autonomia nell’ambito dello Stato spagnolo. Nel 2014 il sostegno per l’indipendenza era già salito al 30%, e sondaggi più recenti lo danno al 45% e oltre. Il braccio di ferro politico-istituzionale tra Madrid e Barcellona ha generato un significativo aumento delle forze centrifughe in Catalogna. Da un lato, maggior sostegno popolare per l’indipendenza ha reso i politici catalani sempre più audaci, al punto da prendere posizioni unilaterali e potenzialmente molto pericolose. Ma, dall’altro lato, la rigidità di Madrid ha portato un numero crescente di cittadini catalani nelle braccia degli indipendentisti.

Il caso scozzese ha mostrato i vantaggi di un approccio più flessibile, radicato nella cultura pragmatica e democratica della Gran Bretagna. Certo l’allora primo ministro inglese Cameron si prese un grosso rischio quando consentì agli scozzesi di votare per la propria indipendenza tre anni fa. Ma una maggioranza decise di restare parte del Regno Unito. Questo è accaduto altre volte quando si è consentito agli elettori di decidere sui confini nazionali. Per esempio, nel 1995 in Quebec vinse il no all’indipendenza, anche se di poco. Sarebbe stato meglio se Madrid e Barcellona avessero seguito una strada analoga, costruita sulla cooperazione, la negoziazione e il rispetto del consenso democratico.

Naturalmente non sempre, quando si consente ai cittadini di votare su confini e istituzioni, si ottengono i risultati preferiti dal governo centrale. Se Cameron riuscì a evitare la secessione della Scozia, non fu altrettanto fortunato con il referendum sulla Brexit due anni dopo. Naturalmente il caso dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è diverso da quelli del Quebec, della Scozia e della Catalogna. L’Unione Europea non è uno Stato o una federazione sovrana, come gli Stati Uniti, ma un’organizzazione sopranazionale che garantisce ai propri membri la possibilità di uscire, anche se tramite procedure e negoziazioni complesse e potenzialmente costose, come sta accadendo ora con la Gran Bretagna. Il fatto che dall’Unione si possa non solo entrare ma, se si vuole, anche uscire, ne rappresenta un elemento di forza e stabilità nel lungo periodo. Al contrario, un’Unione che, come gli imperi autocratici del passato, volesse «intrappolare» i vari Paesi che la compongono contro la loro volontà sarebbe politicamente molto meno stabile.
Il punto cruciale è che i confini nazionali e le unioni politiche non sono entità naturali permanenti ed eterne ma istituzioni umane, che possono essere modificate quando mutano le esigenze politiche ed economiche e le preferenze dei propri cittadini.
Negli ultimi decenni varie forze hanno contribuito a rafforzare le tendenze verso separatismo e autonomia. Una ragione è appunto l’espansione della democrazia.
In un mondo più democratico diventa sempre più difficile reprimere le preferenze di minoranze etniche, linguistiche e religiose e i governi centrali si vedono costretti a concedere maggiore autonomia, se non l’indipendenza. La seconda ragione riguarda le relazioni internazionali.
Nonostante i tanti conflitti del nostro tempo, viviamo in uno tra i periodi più pacifici, prosperi e liberi della nostra storia recente. Se le cose sono migliorate dopo la Seconda guerra mondiale, è in buona parte grazie a
trattati ed istituzioni internazionali che hanno facilitato la pace e il libero commercio. Questo è specialmente vero in Europa, dove la Nato ha ridotto i costi nazionali di difesa, mentre l’Unione Europea ha eliminato tante barriere agli scambi economici tra i suoi membri. Ma questo ha anche eroso l’importanza dei mercati nazionali.
Ecco quindi la terza ragione che permette a Paesi piccoli di prosperare.
Il commercio internazionale riduce l’importanza di un grande mercato nazionale interno. Paesi anche piccoli possono commerciare liberamente con il resto del mondo. Di conseguenza, ampie aree di libero scambio e integrazione economica quali l’Unione Europea rendono le secessioni regionali più attraenti.
Per questo motivo un tema importante nell’attuale scontro tra Madrid e Barcellona è il futuro status di una eventuale Catalogna indipendente all’interno dell’Unione Europea, con i secessionisti catalani desiderosi di rimanere nell’Unione e il governo centrale di Madrid pronto a bloccarne l’ingresso.

In un mondo in cui esistono spinte crescenti ad autonomia e indipendenza, la comunità internazionale si trova spesso impreparata e priva di strumenti giuridici e politici flessibili ed efficaci. In teoria, la retorica dei trattati internazionali è a favore dell’autodeterminazione dei popoli, ma in pratica non esiste un diritto generale per gruppi subnazionali a formare Paesi nuovi, salvo in circostanze straordinarie — decolonizzazione, gruppi di minoranze etniche che vivono sotto l’oppressione di una dittatura straniera. E anche in tali casi è raro che si chieda direttamente agli interessati di votare e decidere sul proprio assetto istituzionale. Gli Stati e governi nazionali quasi sempre vogliono preservare lo status quo. Si rischia che, per evitare la formazione di nuovi Stati o anche solo per scoraggiare richieste di maggiore autonomia, si mettano a repentaglio i benefici scaturiti dalla cooperazione e integrazione economica internazionale.

Quindi democrazia, integrazione economica e cooperazione internazionale hanno aumentato gli incentivi per autonomie e formazioni di Paesi più piccoli.

Di conseguenza, ci dobbiamo aspettare crescenti domande per indipendenza da parte di popolazioni che non si sentono rappresentate dai propri governi centrali. La reazione non deve essere la difesa dello status quo a tutti i costi, ma un uso flessibile e pragmatico delle istituzioni democratiche. Come è spesso accaduto nella storia recente, è proprio quando gli Stati nazionali sono più tolleranti e aperti al cambiamento che è più facile che popolazioni diverse decidano di stare insieme, come è successo finora in Quebec e Scozia. Al contrario, atteggiamenti di chiusura e rifiuto nei confronti di domande di autonomia spesso risultano in un aumento del sostegno per le spinte centrifughe più estreme, come la crisi in Catalogna sta ora dimostrando.

29 settembre Corriere della Sera


mercoledì 27 settembre 2017

COME SI E' ARRIVATI ALLA ROTTURA TRA CATALOGNA E STATO SPAGNOLO - Un articolo di Limes on-line -



Come si è arrivati alla rottura tra Catalogna e “Stato spagnolo”
L’indipendentismo catalano ha radici antichissime, ma oggi è un fattore decisivo a causa di quanto accaduto negli ultimi dieci anni. La crisi economica e gli impopolari governi del Partito popolare hanno fatto precipitare i rapporti tra Barcellona e Madrid.

Non del tutto fuori dalla crisi, la Spagna si riscopre plurale e addirittura con l’unità nazionale in pericolo.

La Catalogna scalpita come nemmeno ai tempi della guerra civile e punta diretta all’indipendenza, da sancire con un “Sì” referendario il 1° ottobre.

Nella tenzone tra Barcellona e Madrid i soldi hanno un loro peso, forse più che in altri rapporti conflittuali. Soprattutto per un popolo, come il catalano, che fa del seny, il buon senso, un principio guida fin dai tempi dei conti di Urgell. Il seny è una versione mediterranea del rapporto sostanziale tra l’utilitarismo e il common sense degli inglesi. E dato che di soldi si parla, il fatto che la Catalogna sia la più indebitata delle comunità autonome spagnole ha un suo peso nel litigio attuale.

La storia del debito catalano coincide in certa misura con quella dei rapporti politici con Madrid dell’ultimo decennio e poco più. Barcellona deve oltre 75 miliardi di euro allo Stato centrale. L’affare è serio, ma nessuno dei due campi (pro- e anti-indipendenza) può utilizzarlo a pieno come arma nella disputa sui futuri assetti geopolitici del paese iberico.

Il buco finanziario è il risultato della crisi del 2008 che ha duramente colpito i paesi dell’Europa meridionale. Nel primo decennio del secolo, quando l’economia spagnola cresceva quasi a ritmi asiatici, l’indipendentismo catalano (che ha radici antichissime e di alto lignaggio) poteva contare su uno scarso 20% dei consensi. Oggi, come informano sondaggi più o meno attendibili, attira una metà circa degli intervistati.

All’entrata di tutti i comuni della Catalogna rurale, nell’Ampurdán (Empordà in catalano), svetta l’Estelada, la bandiera con la stella bianca in campo blu e le quattro strisce giallo-rosse. È il vessillo dell’ipotetica repubblica indipendente. In alcuni casi le stelle anziché bianche sono rosse: è la bandiera della Cup, l’indipendentismo di sinistra radicale. Qui una maggioranza consistente della popolazione si sente spagnola come potrebbe sentirsi cinese. “Siamo catalani ed è la volta buona” ripetono in molti, come se si trovassero a un appuntamento con la storia dopo secoli di “una sottomissione culturale e politica al colonialismo castigliano” incarnato da Madrid. È vero, oggi lo Stato centrale spagnolo è paradossalmente più debole che in altre circostanze, mentre i catalani possono andar fieri di una città come Barcellona, in testa a tutte le classifiche che contano nella globalizzazione: innovazione, ricettività turistica, economia digitale, design, integrazione dei migranti, qualità della vita.

I discorsi si concentrano sulla lingua e la cultura “represse da secoli”, sull’identità occitana di un popolo che “nulla ha a che fare con la composizione etnica del mosaico ispanico”. Lingua e cultura sono ormai diritti certi e metabolizzati, il catalano si parla e si scrive in ogni angolo della Catalogna. Nelle scuole il castigliano è insegnato come altra lingua straniera. Televisioni, radio, siti Internet, letteratura, la llengua di Pompeu Fabra è ovunque, anche grazie ai provvedimenti strappati tra il 1996 e il 2000 da Jordi Pujol (all’epoca presidente della Generalitat, oggi in disgrazia per le accuse di corruzione) in estenuanti negoziati con l’allora premier di centro-destra del governo centrale, José-Maria Aznar. Il Partido popular (Pp), non avendo maggioranza assoluta in quella legislatura, doveva contare sull’appoggio esterno dei partiti moderati basco (Pnv) e catalano (Convergència i Unió, di Jordi Pujol). Tra il 1997 e il 1998 Pujol ottenne la competenza assoluta sull’istruzione pubblica. Ciò permise alla Generalitat di introdurre un insegnamento della storia catalanocentrico, radicalmente diverso, se non antagonista, rispetto a quello del resto dello “Stato spagnolo”, come viene ufficialmente definita la Spagna da queste parti.

Grande cosa la cultura, belle le bandiere con le quatre barres, “ma cos’è l’autonomia, senza autonomia fiscale?”. Ed è a questo punto che le affermazioni di principio si misurano con il realismo e il calcolo razionale. “Ci conviene pagare per restare nello Stato spagnolo? Quanto ci conviene pagare? Perché i baschi…”.

Già, Euskadi, l’altra provincia ribelle, oggi sorniona e attendista. Tanto compíti e razionali i catalani, quanto teste calde i baschi. La riluttanza di questi ultimi nei confronti dello Stato spagnolo si manifestava in tutte le declinazioni della sovversione politica, dal terrorismo dell’Eta alla guerriglia urbana sistematica e corrosiva della kale borroka. No, la Catalogna non ha conosciuto certe cose, se non in un brevissimo periodo durante la transizione con Terra lliure, un gruppo più che di fuoco di fuocherello. Peraltro scioltosi come neve al sole subito dopo l’approvazione della Costituzione spagnola, nel 1978, e il riconoscimento del concetto di nazionalità attraverso l’articolo 2 e la conseguente creazione delle comunità autonome. Il buon senso quindi diceva che bisognava aspettare e certamente la borghesia catalana, nazionalista o lealista che fosse, non avrebbe mai accettato comportamenti scellerati. Soprattutto non si sarebbe mai sottoposta al sistematico pagamento del pizzo rivoluzionario: “ci mancherebbe altro, già con tutto quello che dobbiamo versare a Madrid per mantenere andalusi ed estremegni, altre tasse proprio no…”.

Però il conflitto armato basco, considerato molto simile a quello nordirlandese, ha portato Madrid a negoziare – anche se mai direttamente con i rappresentanti dell’Eta – concessioni fiscali che i paciosi e pacifici catalani non hanno mai ottenuto. È il concerto economico basco, che permette dal 1981 a Euskadi di trattenere più risorse fiscali di altre comunità e di versare alle casse dello Stato centrale cifre discrezionali. Mentre i catalani pagano le imposte direttamente a Madrid, che poi restituisce a Barcellona circa la metà. La regione mediterranea ha sempre visto questa differenza di trattamento come un’ingiustizia e un implicito premio all’uso illegale della forza, cioè al terrorismo. Pujol era convinto che avrebbe potuto risolvere il problema con il Pp, ma non fu possibile, perché alle elezioni del 2000 Aznar ottenne la maggioranza assoluta. Il Pp non aveva più bisogno di negoziare con baschi e catalani per governare.

I conservatori spagnoli calarono la maschera e riservarono alle nazionalità una politica intransigente e a tratti revanscista. Sulla spinta di un boom che stava cambiando la Spagna, il governo operò arresti e requisizioni ai danni del “entorno de Eta” nei Paesi Baschi, mentre riservò disinteresse e supponenza alle richieste catalane. A Barcellona e dintorni, così come in Biscaglia, Gipuzkoa e in parte della Navarra, molti intravidero nelle politiche di Aznar un atteggiamento irrecuperabile, dettato dal “dna franchista della destra spagnola”: los fachas, els faixestes di ritorno.

Si trattava, insomma, della costante storica della Spagna, con le sue componenti più conservatrici poco inclini ad ascoltare e a cercare di comprendere le realtà locali e nazionali. Infatti, solo in extremis (e forse troppo tardi) il ministro dell’Economia Luis de Guindos, del governo conservatore guidato da Mariano Rajoy, ha offerto di aprire un tavolo negoziale con la Generalitat per discutere di “concessioni sulla questione fiscale” in cambio dell’annullamento del referendum del 1° ottobre. Oggi i catalani godono comunque di vantaggi fiscali molto simili a quelli delle regioni e delle province a statuto speciale italiane, condizioni che Lombardia e Veneto sottoscriverebbero in un baleno.

La storia non si fa con i “se”. Ma se ci fosse stato al governo il Partito socialista (Psoe), tradizionalmente più aperto alle rivendicazioni locali, le cose sarebbero andate diversamente. Le ultime concessioni fiscali infatti risalgono al 2006, con lo Statut de Catalunya voluto e negoziato dal governo Zapatero. All’epoca in Catalogna governava la coalizione del Tripartit: i socialisti del Psc (costola regionale del Psoe) di Montilla alla guida del Govern con gli alleati indipendentisti storici di Esquerra republicana de Catalunya e i comunisti di Esquerra unida. Zapatero, che aveva assunto come modello istituzionale esemplare quello della seconda repubblica del 1936-’39, intelligentemente riaprì il negoziato sulle nazionalità. La Catalogna ottenne l’Estatut d’autonomia, che ampliò le competenze e soprattutto permise a Barcellona di trattenere il 50% dell’Irpef e dell’Iva e il 58% delle accise.

Ma la Corte costituzionale spagnola bocciò alcuni articoli del nuovo statuto, considerandoli anti-costituzionali. Quello che provocò più polemiche fu il dettato statutario che definiva la Catalogna una “nazione”. L’idea di nació creava per molti una fonte di diritto addizionale, che avrebbe fornito le basi giuridiche per una futura legislazione indipendentista: insomma, l’autodeterminazione. Il termine “nazione”, riferito alla Catalogna, riportava la Spagna ai tempi di quella repubblica guidata da socialisti, forze marxiste di unità proletaria e partiti borghesi liberali di sinistra che venne travolta dalla guerra civile.

La crisi del 2008 fa saltare il tavolo. La Spagna si scopre più debole e molto meno prospera di quanto avesse pensato negli anni precedenti. Molti cittadini, catalani compresi, devono ancora oggi affrontare privazioni e restrizioni del loro livello di vita che mai avrebbero immaginato fino a qualche anno prima. Le agenzie di notazione (rating) e le banche internazionali planano sulla Spagna, senza troppi riguardi per i particolarismi locali.

La Catalogna ha acciacchi finanziari notevoli. Batte cassa a Madrid e vuole più concessioni fiscali per rinvigorire i propri buoni del tesoro. Il governo centrale, di nuovo espressione del Pp, non cede perché ha troppi grattacapi economici. Quello che comincia come un pungolo, uno strumento negoziale, diventa il casus belli per indire un referendum per l’indipendenza. Paradossalmente è un moderato di CiU come Artur Mas, presidente del govenro, a paventare l’extrema ratio. Sembra dire a Madrid: “Attenti che potremmo fare come la Scozia”.

Il governo Rajoy reagisce sdegnato. A Madrid pensano che Mas voglia fare dimenticare al suo elettorato moderato e non amante degli avventurismi i processi per corruzione che hanno travolto il partito e l’intera famiglia Pujol. La Catalogna parallelamente chiede finalmente delle concessioni fiscali. Madrid non sente e non risponde.

Nel 2014 il governo catalano, formato da una grande coalizione indipendentista, quasi sul modello di un’assemblea costituente, guidato da Mas, organizza e vince un referendum pro-indipendentista non vincolante, anche se l’affluenza è inferiore al 50%. Allo stesso tempo chiede a Madrid e alle istituzioni l’autodeterminazione come in Scozia, cioè la possibilità di votare un referendum vincolante nel quadro costituzionale spagnolo per decidere se lasciare la Spagna o restare. Il governo centrale, forte del suo essere uno Stato di diritto con una Costituzione moderna consensualmente accettata da tutte le forze politiche e dalle nazionalità, respinge la richiesta. Anche perché il caso catalano non rientra in quelli in cui il diritto internazionale impone l’autodeterminazione: regimi coloniali, occupazioni straniere e apartheid. La Corte costituzionale respinge inevitabilmente il referendum.

Le due parti ormai non si parlano più, soprattutto dopo che Puigdemont sostituisce Mas alla guida del governo catalano. Barcellona accusa: “Non ci ascoltano, non ci hanno mai ascoltati, è ora di farla finita!”. Quanto basta per ampliare la base del consenso referendario includendo anche settori moderati, tradizionalmente tutt’altro che separatisti.

C’è oltretutto una nuova variabile che Madrid non vuole vedere. Rajoy è l’esecutore perfetto dei compiti a casa assegnati da Angela Merkel. L’allievo modello della cancelliera taglia con zelo più di Mario Monti. Le politiche di austerity colpiscono soprattutto le nuove generazioni, anche in Catalogna. Sono giovani cresciuti e formati nelle scuole riformate ai tempi di Pujol, dunque con un’idea di Catalogna che è altro rispetto alla Spagna. Identificano le cause delle frustrazioni sociali con “le risorse che devono versare per mantenere il resto della Spagna”. Vedono quindi nell’indipendenza la speranza messianica di una prosperità da recuperare senza zavorre. Inoltre i catalani rivendicano cifre alla mano come Madrid abbia smesso da oltre un decennio di investire in lavori pubblici nella loro comunità autonoma, privilegiando grandi opere altrove – soprattutto al Sud, “con i nostri soldi”.

Ecco dunque come l’idea di “incomprensione e cocciutaggine madrilene” distillano l’eccezionalismo catalano, fondatosi su un certo senso di superiorità. Un atteggiamento che esaspera gli spagnoli. Addirittura in comunità autonome che hanno condiviso secoli di storia con la Catalogna, come Valencia e l’Aragona, c’è chi boicotta i prodotti catalani.

In tale contesto bisogna chiedersi se la strategia del governo Rajoyimpeccabile dal punto di vista giuridico, compresi addirittura gli arresti e gli interventi della Guardia Civil, lo sia altrettanto dal punto di vista politico. Forse ci si dimentica troppo spesso che l’epilogo violento non è un aspetto estraneo al processo politico, anzi, ne è parte integrante. Pur nella sua eccezionalità è semplicemente lo sviluppo naturale di una situazione di forze opposte che non trovano una soluzione pacifica. Insomma, è il proseguimento della politica con altri mezzi.

Le basi per le incomprensioni pericolose ci sono tutte. Prendiamo l’esempio di Unai, un nazionalista basco residente a Barcellona da quasi trent’anni, favorevole all’indipendenza catalana. Mentre parla di integrazione dei migranti musulmani passa inevitabilmente al contesto spagnolo, assimilando totalmente chi viene dal Maghreb ad altri spagnoli, e dice ammirato: “Un esempio di integrazione corretto è quello di un andaluso che conosco: si chiama José, ma ora si fa chiamare Josep e parla solo catalano. Ecco, su queste basi ci possiamo intendere”.