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martedì 12 dicembre 2017

Gli usi geopolitici dell’incidente di Baumgarten: interdipendenza energetica con il mondo tedesco: - Da Tarvisio arrivano i 2/3 del gas russo e da Trieste transita il 100% del fabbisogno petrolifero della Baviera e il 90% dell' Austria - E' al 90% della italiana SNAM il sito esploso.




L’IMPORTANZA DI BAUMGARTEN
Sono più di uno i motivi per cui l’incidente occorso nell’austriaca Baumgarten ha rilevanza geopolitica.
Innanzitutto, l’interruzione delle forniture di gas dal principale snodo europeo verso l’Italia conferma non tanto la ben nota dipendenza dagli approvvigionamenti russi. Quanto il potenziale di ricatto in mano all’Europa tedesca, dalla quale transitano due terzi del gas importato dal nostro paese da Russia e Mar del Nord, immettendosi nella rete nazionale presso Tarvisio e Passo Gries. Forma di dipendenza non abitualmente sottolineata, mentre è ampia la discussione sul vincolo dell’euro e sulle intrinsechezze industriali con il mondo germanico.

Non è sfuggito tale aspetto al ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che ha sottolineato la necessità per Roma di diversificare non tanto le fonti quanto le rotte dell’approvvigionamento gasiero. E di realizzare il Tap, gasdotto proveniente da Grecia e Albania che entro il 2020 dovrebbe portare in Puglia – e da lì nel resto del paese e oltre – energia dai giacimenti azeri. Ma non solo, poiché se il Turkish Stream dovesse superare il fabbisogno anatolico, allora anche il gas russo potrebbe finire nei tubi del Tap.

Infine, più a livello continentale, l’incidente austriaco servirà ai paesi dell’Europa Centro-Orientale riuniti nell’Iniziativa dei Tre Mari per sottolineare l’urgenza di aumentare l’integrazione e la protezione delle infrastrutture critiche. Per non essere costretti a dichiarare lo stato d’emergenza in episodi come questi. O in tentativi eversivi da parte di una potenza straniera.

Dal 2014 quasi l’85% del capitale del sito esploso e del gasdotto appartiene all’italiana Snam, che lo ha ereditato dall’Eni. Il restante 15,5% è della società austriaca Gas Connect Austria Srl, i cui azionisti sono al 51% l’Omv Gas & Power (società petrolifera analoga all’Eni italiana, proprietaria tra l’altro di una rete di distributori di carburanti, tra cui l’ultimo lungo l’autostrada prima di Tarvisio, in località Malborghetto) e di nuovo la Snam al 49%. In altre parole, il gasdotto della Tag, compresa la stazione di compressione di Baumgarten, dove è avvenuto lo scoppio, è quasi completamente italiano. La società ha 265 dipendenti e un fatturato annuo di 309,5 milioni.



Tuttavia sotto l' aspetto del transito di fabbisogno energetico bisogna ricordare anche che Il regime del Porto Franco di Trieste è utilizzato dall’ oleodotto transalpino TAL/SIOT che da 50 anni pompa petrolio greggio dal Punto Franco Oli Minerali fino a Ingolstadt sulle rive del Danubio fornendo il 40 % del fabbisogno petrolifero della Germania (il 100% della Baviera e del Baden-Württemberg), il 90 % dell’Austria e oltre il 30% della Repubblica Ceca.






lunedì 11 dicembre 2017

Il vero azzardo di Trump su Gerusalemme - Articolo di Lucio Caracciolo -


La coincidenza degli interessi (elettorali) di Trump con quelli dei suoi alleati mediorientali punta a decretare la fine della questione palestinese, ma rischia per paradosso di riaprirla. Così svelando che le strategie di Usa, Stato ebraico e Arabia Saudita non sono così convergenti come pretende chi oggi le orienta.


Nell’atto di riconoscere Gerusalemme quale capitale d’Israele, Donald Trump ha messo i suoi interessi politico-elettorali al di sopra di quelli del paese che rappresenta.

Il presidente è concentrato più sulle elezioni parlamentari di mezzo termine, che fra meno di un anno potrebbero decidere del suo futuro politico, facendone un’”anatra zoppa” a metà del suo primo e forse unico mandato, che sull’interesse nazionale.

Nulla di straordinario, nella storia degli inquilini della Casa Bianca. Il cui primo obiettivo, una volta insediati nello Studio Ovale per quattro anni, è di assicurarsi il secondo mandato. Fatto è che pur di mantenere (caso raro) una promessa fatta allo zoccolo duro del suo elettorato – schierato sempre e comunque con lo Stato ebraico in quanto paese più che alleato, gemello – “The Donald” ha rotto il tabù diplomatico che aveva permesso agli Usa di sceneggiare l’esistenza in vita di una mediazione fra palestinesi e israeliani morta e sepolta da quasi vent’anni.

Settori rilevanti dell’establishment americano, a cominciare dall’alta burocrazia militare e diplomatica, da alcuni laboratori strategici e d’intelligence, condannano la mossa come avventata. Inutilmente il pur influente ministro della Difesa, Jim “Cane Matto” Mattis, e il del tutto ininfluente ex (?) petroliere Rex Tillerson, capo del fatiscente Dipartimento di Stato, hanno cercato di dissuadere Trump da questa “opzione nucleare”. Convinti che avrebbe eccitato l’antiamericanismo non solo in Medio Oriente, minacciato la vita di civili e militari a stelle e strisce, alimentato la propaganda e il terrore jihadista.

Il rischio per gli Stati Uniti – che da tempo considerano il Medio Oriente scacchiere secondario ma non riescono a emanciparsene, continuando a sprecarvi risorse militari, finanziarie e d’immagine – è di finire strumento dei loro due Stati di riferimento nella regione: Israele e Arabia Saudita. Il primo sentito consanguineo. Il secondo, alleato non sempre affidabile ma capace di dotarsi a pagamento di una tale rete di protezione nei meandri del potere a stelle e strisce da oscurare il fatto che ad abbattere le Torri Gemelle furono suoi sudditi.

Il triangolo Washington-Gerusalemme-Riyad è concorde nel valutare Teheran unico nemico strategicotra Levante, Golfo e Asia centromeridionale. La questione palestinese è capitolo chiuso anche per gli altri leader arabi e musulmani, che pur fingono di interessarsene e protestano contro la sacrilega scelta di Trump. Sicché per Usa, Israele e Arabia Saudita è inutile investirvi tempo, soldi e soldati, da destinare invece al contrasto dell’imperialismo iraniano.

Risultato: la Palestina non sarà mai vero Stato né Gerusalemme Est la sua capitale. Al massimo, ciò che resta dell’Autorità palestinese, tenuta artificialmente in vita dai suoi nemici israeliani, in collaborazione con americani, sauditi, petromonarchie minori del Golfo ed europei (solo nei panni di ufficiali pagatori), potrà fregiarsi di una statualità puramente decorativa, simbolica.

La retorica dei due Stati non punta ai due Stati. Serve a coprire l’espansione territoriale di Israele in Cisgiordania e nella Grande Gerusalemme. Dato di fatto irreversibile se non per improbabile inversione geopolitica o suicidio israeliano. Da ornare, al massimo, con qualche foglia di fico. Basta uno sguardo alla carta dei Territori occupati (contestati, dal punto di vista israeliano), segmentati in mille frammenti, per rendersi conto che fondarvi un qualsivoglia Stato è vano. Figuriamoci centrarlo su Gerusalemme.

Lo strano triangolo che lega la massima potenza mondiale allo Stato ebraico e al feudo wahhabita in cerca d’identità non solo petrolifera sembra aver deciso che è tempo di troncare anche formalmente l’equivoco palestinese. Stabilendo che Gerusalemme, tutta Gerusalemme, è capitale di Israele. Punto. Esattamente settant’anni dopo che David Ben-Gurion, accettato il piano di bipartizione della Palestina in uno Stato arabo e uno ebraico, aveva sacrificato la città santa in cambio dell’esistenza di Israele, accedendo all’idea di farne un “corpo separato” a gestione internazionale. Piano stracciato dagli arabi, a spese anzitutto dei palestinesi, convinti di rigettare a mare gli ebrei.

Un mese fa, il giovane e avventuroso leader saudita Mohammad bin Salman (noto come MbS) aveva fatto capire senza troppe cerimonie al figurativo presidente palestinese Mahmud Abbas (alias Abu Mazen), convocato a Riyad, che il tempo era scaduto. Comunicazione secca: i palestinesi si adattino a uno staterello di facciata, collazione dei coriandoli di spazio cisgiordano su cui Israele non esercita un controllo diretto, privo di continuità territoriale. Con Abu Dis, sobborgo di Gerusalemme Est, eretta a “capitale” della Palestina fantasma. Prendere o lasciare. Nel secondo caso, la casa saudita, d’intesa con israeliani e americani, avrebbe provveduto a installare Mohammed Dahlan (Abu Fadi), avversario del vecchio Abu Mazen, a capo della pseudo-Palestina. Il colloquio, a quanto pare, si era interrotto bruscamente.

Resta da vedere se la peculiare costellazione formata dalla coincidenza degli interessi personali di Trump con le attuali strategie israeliana e saudita raggiungerà l’obiettivo di decretare la fine della questione palestinese.

O se invece, per paradosso, rianimerà almeno per qualche tempo quella partita sapientemente sopita dalle diplomazie di tutto il mondo per evitare la definitiva umiliazione dei palestinesi. Così svelando che le strategie di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita non sono così convergenti come pretende chi oggi le orienta.

E che quindi la demonizzazione dell’impero persiano, oggi reincarnato dall’Iran, non conviene a nessuno.


martedì 5 dicembre 2017

TUTTI I VIDEO DELLA PRESENTAZIONE DEL NUOVO LIBRO CON "LECTIO MAGISTRALIS" DI PARAG KHANNA A TRIESTE - CON COUPON SCONTO PER ACQUISTARE I SUOI LIBRI RISERVATO AI NOSTRI LETTORI -


Pubblichiamo tutti i video della presentazione, con "Lectio Magistralis" di Parag Khanna, del nuovo libro "La Rinascita delle Citta Stato" edito da Fazi.
Ringraziamo il sito specializzato d' informazione sulla portualità FAQ-TRIESTE (http://faqts.blogspot.it/) che ha realizzato le riprese e ne ha concesso l' uso.


Alla fine troverete un coupon-sconto riservato ai nostri lettori per acquistare i libri di Parag Khanna alla Libreria Einaudi di via Coroneo 1 che ha coorganizzato l' evento. 

I ricavi delle vendite servono a coprire i costi dell' iniziativa.

INTRODUZIONE PAOLO DEGANUTTI - LIBRERIA EINAUDI E LIMES CLUB TRIESTE













INTERVENTO - COMMENTO ZENO D'AGOSTINO ADSP MARE ADRIATICO ORIENTALE



PADRE LARIVERA INTRODUCE CASALEGGI (DIRETTORE AREA DI RICERCA)



INTERVENTO - COMMENTO DI STEFANO CASALEGGI ( DIRETTORE AREA SCIENCE PARK TRIEST)



PADRE LARIVERA PRESENTA STEFANO VISINTIN (PRESIDENTE DEGLI SPEDIZIONIERI)



INTERVENTO - COMMENTO STEFANO VISINTIN (PRESIDENTE DEGLI SPEDIZIONIERI DI TRIESTE E DELLA REGIONE FVG)



CONCLUSIONI PADRE LARIVERA




COUPON SCONTO 15% DA UTILIZZARE PER I LIBRI DI PARAG KHANNA
PRESSO LA LIBRERIA EINAUDI, VIA CORONEO 1, TRIESTE
Per utilizzarlo basta presentarlo alla cassa stampato o sul cellulare.



giovedì 30 novembre 2017

LA FINE DI PRALJAK SCUOTE L' EX-JUGOSLAVIA - LE FORZE POLITICHE CROATE SCHIERATE CON I CONDANNATI - articolo di Limes on Line


LA FINE DI PRALJAK [di Luca Susic]
Slobodan Praljak – ex generale del Consiglio croato di difesa (Hvo) – ha bevuto del veleno subito dopo la sentenza di condanna del Tribunale dell’Aja ed è morto in ospedale. La notizia ha fatto il giro del mondo, portando all’attenzione dell’opinione pubblica una pronuncia che, dopo quella di Ratko Mladić, sarebbe probabilmente finita nel dimenticatoio.
L’inaspettata pubblicità ha spinto numerosi leader croati e bosniaci a esprimersi sulla vicenda e, più in generale, sulla guerra civile, ancora oggi un tema di estremo interesse per il dibattito politico. La ragione è che, proprio per la presenza di ferite ancora aperte, il periodo 1992-1995 permette di scaldare immediatamente gli animi dell’elettorato. Non è un caso che le forze politiche croate si siano schierate trasversalmente a sostegno dei condannati – oltre a Praljak sono stati giudicati altri cinque croati di Bosnia – affermando quasi all’unisono che non c’è stata aggressione ai danni della Bosnia né alcun crimine di guerra.
La reazione della comunità bosgnacca è stata diametralmente opposta. Bakir Izetbegovic, membro musulmano della presidenza della Bosnia-Erzegovina, ha dichiarato che la condanna rappresenta “un timbro su un oscuro lato della verità” e una conferma di come la Croazia abbia condotto una politica ambigua nei confronti di Sarajevo.
Oltre la valenza storica, la condanna presenta un rilevante profilo d’attualità: influisce direttamente sui complessi rapporti fra le diverse comunità della Bosnia e fra i paesi confinanti, il che spiega perché è quanto mai opportuno che venga “maneggiata” con cura. Il rischio, infatti, è che venga strumentalizzata a fini elettorali o propagandistici e che riaccenda il malcontento mai sopito dei croati di Bosnia, ormai schiacciati in un’entità saldamente a maggioranza islamica.

mercoledì 29 novembre 2017

LA CINA PUNTA ALLA MITTELEUROPA - IL VERTICE DI BUDAPEST - ANNUNCIATO INVESTIMENTO DI 660 MILIONI PER L' AEREOPORTO SLOVENO DI MARIBOR - Un articolo di Limes on Line -



LI KEQIANG IN UNGHERIA PER L’EUROPA DI MEZZO
di Giorgio Cuscito

Due obiettivi stanno guidando la partecipazione del primo ministro Li Keqiang al sesto summit tra Cina e 16 paesi dell’Europa centrale e dell’Est (Ceec, di cui 5 non membri Ue) in Ungheria. Il primo è promuovere il commercio e i progetti infrastrutturali della Belt and Road Initiative (Bri, o nuove vie della seta) nell’Europa di mezzo, storico terreno di scontro di grandi potenze, quali Germania, Russia, Usa e Turchia. Lo sforzo è confermato dall’annunciata istituzione di un’associazione interbancaria Cina-Ceec e di un fondo di cooperazione agli investimenti.
Il secondo obiettivo di Li è rassicurare Bruxelles sul fatto che Pechino non vuole rafforzare bilateralmente i rapporti con i paesi partecipanti per creare dissidi interni all’Unione Europea e danneggiarne la coesione. L’Ue, principale partner commerciale della Cina e chiave di volta per l’assegnazione al Dragone dello status di economia di mercato, si sta già attrezzando per tutelare maggiormente i propri asset strategici dagli investimenti stranieri e adottare nuove misure anti-dumping per le importazioni da paesi terzi.
L’interesse cinese per i paesi dell’Europa di mezzo è antecedente il lancio delle nuove vie della seta nel 2013 e dipende sia dalla loro posizione strategica tra Europa occidentale, Russia e Medio Oriente, sia per la convenienza dei costi delle acquisizioni e del capitale umano. Ungheria, Serbia e Macedonia sono le tappe della rotta ferroviaria progettata dalla Cina per trasportare verso l’Europa occidentale le merci che approdano al porto del Pireo, anche se sulla cessione dell’appalto da parte di Budapest pende un’indagine dell’Ue.
Gli effetti della partnership tra Cina ed Europa di mezzo non sono ancora marcati. Gli investimenti cinesi nell’area rappresentano solo il 2,7% di quelli realizzati dal Dragone a livello mondiale e gli scambi commerciali (58,7 miliardi di dollari nel 2016) con i paesi Ceec sono di gran lunga inferiori rispetto a quellicon l’intera Ue (514 miliardi di dollari).
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Intanto, come conseguenza del vertice di Budapest viene annunciato un investimento cinese di ben 660 milioni per l' aereoporto di Budapest (clicca QUI). Si tratta di un investimento molto grande se si pensa che il nuovo terminal della Piattaforma Logistica del Porto di Trieste, di cui si parla da decenni, costa 132 milioni.

Ecco l' articolo del Piccolo:

La Cina sbarca a Maribor e rinnova l’aeroporto

Slovenia nella Via della Seta: Pechino investe 660 milioni di euro per realizzare un hub logistico. Dal 2019 pronti 12 voli settimanali per l’Estremo Oriente
LUBIANA. La Slovenia fa ufficialmente parte del progetto cinese “La via della seta”. L’accordo è stato firmato dal premier Miro Cerar a Budapest nell’incontro tra gli stati dell’Europa centrorientale con il presidente della CinaXi Jinping. Il primo effetto si è visto subito. Il procuratore della proprietà dell’aeroporto di Maribor, ossia la Shs Aviation, Marko Gros ha sottoscritto un accordo con la China State Construction Engineering Corporation (Csec) per un investimento di 660 milioni di euro nello scalo sloveno, che sarà completamente rinnovato e pronto per fare concorrenza agli aeroporti del Nordest italiano.

La palla ora passa al premier e ai suoi rapporti con la delegazione cinese. Ieri Cerar ha parlato per più di mezz’ora con Xi Jinping gettando le basi per la realizzazione di nuove linee aeree che colleghino la Cina proprio con Maribor.

«È nell’interesse della Slovenia gettare le basi per un maggior legame con la Cina, anche in vista di un potenziamento del traffico aereo che costituirebbe anche una facilitazione per l’arrivo nel nostro Paese di turisti cinesi». «Il governo - ha affermato - appoggerà con forza tutte queste occasioni». «Per noi è un grande momento - gli ha fatto eco Marko Kovačič, consigliere del sindaco di Maribor - la firma di questo accordo con un partner di queste dimensioni significa per noi una grande promozione». «L’aeroporto di Maribor - ha concluso - in futuro sarà riconosciuto in Europa e in Asia come un moderno scalo con collegamenti aerei turistici e commerciali con la Cina».

Il progetto cinese a Maribor punta a un allungamento della pista, alla creazione di spazi per lo stallo degli aeromobili, alla costruzione di hangar per la logistica, alkla ristrutturazione degli ambienti aeroportuali, nonché alla costruzione di alcuni alberghi. Va precisato che proprio il 16 novembre scorso il governo della Slovenia ha approvato un progetto di rilancio dell’aeroporto di Maribor nominando ad hoc un gruppo di lavoro. Il progetto governativo prevede l’allungamento della pista dagli attuali 2.500 metri a 3.300 metri, l’ampliamento dell’area aeroportuale, la creazione di nuovi stalli per gli aerei e un’area per lo sviluppo delle infrastrutture aeroportuali. Ora si può dire che ci sono i soldi cinesi che potranno realizzare queste importanti opere che trasformeranno l’aeroporto di Maribor in uno scalo assolutamente concorrenziale con i principali aeroporti della regione, incluso il Nordest dell’Italia.

Va detto che attualmente l’aeroporto di Maribor naviga in cattive acque. È riuscito a ottenere una sola linea aerea fissa con Antwerpnom e Londra. Ma il consigliere economico del sindaco di Maribor non esclude che in futuro ci possano essere dei cambiamenti nella proprietà dello scalo il cui 60% è attualmente in mani olandesi e il residuo 40% in mani, guarda il caso, cinesi. Intanto il ministero per le Infrastrutture della Slovenia ha immediatamente chiesto alle autorità di Maribor di fornire ufficialmente i contenuti dell’accordo milionario con il partner cinese visto che lo Stato sloveno è il proprietario delle strutture pubbliche dello scalo “Edvard Rusjan” del capoluogo stiriano.

Anche il ministero dell’Ambiente di Lubiana si è immediatamente attivato visto che è già in corso la valutazione di impatto ambientale del progetto di ampliamento dell’aeroscalo approvato, come detto, il 16 novembre scorso dall’esecutivo Cerar.

In base all’accordo da 660 milioni il progetto di ampliamento dello scalo di Maribor dovrebbe essere ultimato



lunedì 27 novembre 2017

La condanna di Ratko Mladić e il senso di colpa della Serbia - Articolo di Limes on Line


MLADIĆ [di Luca Susic]

A 22 anni da Srebrenica, con la condanna al carcere a vita di Ratko Mladić per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra si conclude una delle pagine più buie della storia del conflitto nei Balcani degli anni Novanta. Il verdetto del Tribunale penale internazionale sulla ex Jugoslavia è stato atteso e sognato per anni dalle famiglie delle vittime della guerra, mentre rappresenta un motivo di divisione all’interno del popolo serbo.
Ancora oggi c’è chi ritiene Mladić un eroe (basti pensare ai “duri” della Republika Srpska o al Partito radicale di Šešelj) e pertanto si oppone con decisione alle accuse avanzate dalla comunità internazionale.
Dall’altro lato ci sono numerosi cittadini e personalità che lo reputano un criminale di guerra che ha solo avuto ciò che gli spetta.
Nel mezzo fluttua la maggioranza silenziosa della popolazione, interessata forse più a chiudere questa dolorosa vicenda che al verdetto della corte.
Proprio questo aspetto costituisce uno degli elementi su cui riflettere maggiormente. Tra i serbi è diffusa la convinzione che a loro sia stata non solo addossata l’intera responsabilità della guerra civile, ma anche imposto l’obbligo di accettare una versione della storia che non riconoscono come propria. Soprattutto per quanto riguarda la tesi che ai loro danni non siano stati commessi crimini particolarmente gravi (si pensi alle azioni di Naser Orić o all’operazione Oluja).
Questa opinione non può essere contestata in pieno, perché in una certa misura è vero che l’Europa e gli Usa hanno prestato grande attenzione al contenimento del nazionalismo dalla Serbia, lasciando che questo crescesse in altre realtà locali, come Croazia, Bosnia-Erzegovina, Kosovo e Macedonia. Ecco perché aver condannato Mladić al carcere a vita non è altro che un semplice passo avanti nella difficile strada verso la rappacificazione.

martedì 21 novembre 2017

"LA REPUBBLICA" INTERVISTA PARAG KHANNA, CHE SARA' A TRIESTE IL 28 NOVEMBRE ALLE 18, AULA MAGNA LICEO DANTE a presentare il suo nuovo libro - “Da Amburgo a Singapore, vivremo in un sistema di città-stato interconnesse” -

Oggi la Repubblica ha una pagina intera con un' intervista a Parag Khanna, l' analista geopolitico di Singapore di riferimento per la CNN e che è consulente di numerosi governi, in particolare sul suo ultimo libro: "La rinascita delle Città Stato" che fa seguito al magistrale "Connectography".
Ricordiamo che Parag Khanna sarà a Trieste 

MARTEDI' 28 NOVEMBRE ORE 18 -

Aula Magna del Liceo Dante
Via Giustiniano 11  - Trieste
“Da Amburgo a Singapore, vivremo in un sistema di città-stato interconnesse”

Ecco l' articolo pubblicato oggi  da Repubblica:

“Anche gli imperi cadono il futuro è nella polis”
di Anna Lombardi

«Il futuro è già qui: entro trent’anni la politica mondiale sarà dominata da macro-città, megalopoli influenti e così connesse fra loro da non doversi più piegare al concetto di confine. Città- stato efficienti sul modello di quelle antiche: dunque non necessariamente indipendenti ma con un’autonomia tale da potersi impegnare in relazioni globali di cui beneficerà tutto il territorio circostante».
No, il geopolitologo di origine indiana Parag Khanna, 40 anni e già un curriculum ricco di bestseller e consulenze governative internazionali, non è un visionario distopico.
Ex consigliere di Barack Obama, analista del Centre on Asia and Globalization di Singapore, nel suo ultimo saggio, La rinascita delle città-stato, pubblicato in Italia da Fazi, vede le città come motore di progresso e governabilità.

Da dove nasce questa sua visione della polis?

«Le polis, le macrocittà appunto,sono da sempre il luogo dove si danno risposte pratiche a problemi ampi: gestione del territorio ma anche lavoro, ambiente, educazione e così via. Non è qualcosa
di astratto, succede già. Penso a Singapore: città e stato. Ma anche ad Amburgo che esercita la sua influenza sul mondo da 700 anni. A Dubai, che conta su una rete di relazioni d’affari pur non essendo la capitale degli Emirati Arabi. E poi Istanbul, New York, Londra, Milano. 
Senza dimenticare le province cinesi: il Guangdong, che ha uffici ovunque e chiede voli che non passino da Pechino.
Perché questo sistema funzioni l’autonomia deve bilanciarsi con la condivisione delle rispettive migliori pratiche di governo».

La tecnocrazia diretta di cui parla nel libro? Lei fa gli esempi di Svizzera e Singapore, ma non teme che siano troppo diverse da noi e che importare quei modelli sia impossibile?

«La tecnocrazia diretta è una forma di governo efficiente, capace di dare risposte immediate.
Non è un’alternativa alla democrazia che è il sistema all’interno del quale ci muoviamo: istituzioni, leggi, burocrazia sono un’altra cosa.
Certo che non si può innestare il sistema di altri: bisogna declinarlo alle proprie esigenze.
Nelle scienze politiche si parla del “problema della Danimarca”, l’eccellenza cui tutti aspirano ma nessuno raggiunge. Bisogna guardare a ciò che funziona altrove e usarlo come un menù: imparare 
da Singapore, Svizzera, Canada, Giappone...».

Le pare fattibile in un’Europa attraversata da pulsioni sempre più indipendentiste?

«Sì, e proprio perché i movimenti indipendentisti guardano a città di riferimento: Barcellona per la Catalogna, Edimburgo per la Scozia e così via. Garantiscono identità e organizzazione tecnocratica».

Quello che sta succedendo in Spagna non dimostra che polis e stati sono in rotta di collisione?

«La Catalogna è una buona idea finita male. Ho simpatia per i movimenti di autodeterminazione, ma qui ha prevalso l’emotività.
Madrid non può permettersi di perdere le entrate fiscali catalane: la Spagna non reggerebbe.
Ma bisogna trovare un accordo che dia ai catalani più autonomia fiscale in cambio di una tassa annuale per i servizi che Madrid fornisce. Il governo spagnolo dovrebbe però impegnarsi ad investire di più in infrastrutture come il corridoio costale importantissimo per la Catalogna».

Tutta questione di soldi? La gente parla di identità, di sovranismo contro globalismo.

«Ne parlano i politici per i loro interessi: la gente non sa nemmeno che significa.
Nei paesi che funzionano è un dibattito che non esiste, basato su una falsa dicotomia: nessuno è autarchico, tutto ha ormai dimensione globale»

E dunque?

«Io la vedo così: crescere separati per stare insieme. Nessuno sopravvive da solo, ma stati sempre più piccoli farebbero bene all’Europa perché vorrebbero stare al suo interno. I catalani vogliono uscire dalla Spagna non dall’Europa: sanno che se battessero moneta nessuno investirebbe.
Vogliono dividersi per ragioni fiscali. Dunque sì, è principalmente questione di soldi: l’identità viene dopo. E poi sanno che più i paesi sono grandi più i governi sprecano o sono corrotti»

L’Europa sembra perennemente in crisi, dilaniata da separatismi e populismi.

«Io vedo invece un futuro dinamico. Le crisi fanno bene all’Europa, nata proprio dal superamento di crisi dopo crisi. Creano opportunità: ma poi bisogna spiegarle alla gente. Nessun politico europeo, a parte Angela Merkel che poi ha dovuto fare marcia indietro, ha detto che l’immigrazione
serve, perché senza immigrati chi pagherà le pensioni, chi si occuperà degli anziani, visto il calo delle nascite? Si insegue l’onda emotiva, invece di guidarla».

Non ha sentito nessun politico dire certe cose, dunque: ma c’è qualcuno che le piace di più?

«Mi interessa Emmanuel Macron, l’unico capace di spiegare che la situazione non è uno scherzo e a capire che la Francia è ormai troppo grande: bisogna alleggerirne il sistema economico e politico. Anche Mark Rutte, il premier olandese, è bravo, ha saputo imporre importanti tagli a dispetto delle critiche. Ma nessuno va verso il “consenso depoliticizzato” che sicuramente funziona: governi con ampie coalizioni, dove i politici si mettono d’accordo su cose concrete da fare».

Anche sotto la spinta pressante dei populismi?

«È proprio questo il punto. I populisti al governo sono un disastro ovunque ma bisogna capire che di destre, populisti e di chi ha votato Brexit non ci libereremo con belle parole.
Non sono irrazionali: pensano ai propri interessi.
È sbagliato metterla in termini di valori: che siano nazi, cristiani oltranzisti, socialisti, hanno una visione. Dobbiamo capirla e lavorare su quella.
Il problema sono i migranti? Allora dobbiamo spiegare meglio che l’immigrazione serve ma anche 
far leggi più restrittive perché chi entra non abusi del suo diritto a star qui».

L’Italia andrà al voto tra qualche mese.

«Mi hanno cercato i Cinque Stelle, ma io lavoro solo con i governi e ho rifiutato collaborazioni.
Era ottima l’idea delle regioni metropolitane dell’ex premier Matteo Renzi. Chi governerà deve lavorare in quella direzione: città che mettono insieme risorse e competenze.
Poi il vostro credito andrebbe coperto con bond europei per permettervi di ristrutturare il debito.
E dovete risolvere la questione immigrati.
L’Italia non può farcela da sola, ma i migranti vi servono per garantire un futuro al paese. Un buon inizio sarebbe approvare lo Ius Soli. Le politiche che avete ora non aiutano l’inclusione ».